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L’IDENTIKIT DEI GIOVANI, TRA CONFERME E SORPRESE
Hanno voglia d’impegnarsi, ma non trovano, nel nostro Paese, un
modo con cui esprimere le loro potenzialità. In una parola, sono
sfiduciati. L’immagine emerge dal “Rapporto giovani 2013”
promosso dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con
Fondazione Cariplo e Università Cattolica e presentato lo scorso
18 novembre a Milano.
La ricerca nasce dalla “esigenza forte di conoscere i giovani”,
dei quali si danno per scontate “troppe cose”, ha dichiarato
Alberto Fontana (Fondazione Cariplo), mentre Elena Marta
(Università Cattolica) ha osservato come, “ascoltandoli bene”,
emergano “le contraddizioni che riversiamo su questa
generazione”. I dati in alcuni tratti confermano le aspettative,
in altri offrono risultati sorprendenti.
L’identikit dei giovani.
“Nel dibattito pubblico italiano è persistente la questione
generazionale”, ha annotato Alessandro Rosina, direttore del
laboratorio di statistica applicata della Cattolica,
riconoscendo come “una società cresca e prosperi quanto più
investe nell’apporto - qualitativo e quantitativo - delle nuove
generazioni”. Un tema rispetto al quale, tuttavia, l’Italia
sembra chiamarsi fuori, come emerge, ad esempio, dai dati
negativi sulla natalità e da quelli - viceversa troppo alti -
sui Neet, i giovani che non studiano, né cercano lavoro.
L’indagine, che coinvolge 9 mila giovani tra i 18 e i 29 anni (i
cosiddetti “millennials”, divenuti maggiorenni nel XXI secolo) e
intende seguire i loro percorsi di vita per 5 anni, al termine
del primo anno di lavoro presenta l’identikit di una persona che
abita con i genitori e non ha un lavoro stabile, s’informa
soprattutto on line, usa il web tutti i giorni ed è convinto che
“le nuove tecnologie migliorino informazione e consapevolezza”,
è più istruito del resto della popolazione, vorrebbe una
famiglia con almeno due figli, considera il lavoro un mezzo per
realizzarsi ma vede con incertezza il proprio futuro, è
insoddisfatto della propria situazione economica, ha poca
fiducia nelle istituzioni politiche.
Il lavoro che non c’è.
È vero che i giovani escono tardi dalla casa dei genitori, ma
tre su quattro (65,3% dei maschi, 61,8% tra le femmine) sono poi
costretti a rientravi “quando il posto di lavoro viene meno o se
esso non consente loro di mantenersi”. Eppure il lavoro è
considerato “uno strumento diretto a procurare reddito” (90%) ma
pure “un luogo d’impegno personale” (90%), “un modo per
affrontare il futuro” (89%) e “uno strumento per costruirsi una
vita familiare” (86%). Una fotografia che “sfata il luogo comune
dei giovani bamboccioni e schizzinosi”, ha evidenziato Rosina,
ma che mostra pure una “realtà penalizzante”: il 47% dei giovani
si adegua a una retribuzione che considera insoddisfacente,
oppure accetta un lavoro che non corrisponde alle proprie
aspettative. Significativo pure il 48% di giovani disponibile ad
andare all’estero: un dato al quale corrisponde il “boom” degli
espatri, che ha visto nel 2012 quasi 80mila italiani lasciare la
madrepatria (dati Aire), e tra costoro oltre 35mila under 40.
La realtà e le aspirazioni.
Aspirazioni e realtà si scontrano, poi, nelle scelte di vita:
vorrebbero avere da 2 a 4 figli, ma facendo i conti con la
realtà dimezzano (da oltre il 30% al 15%) quanti ritengono che
ne avranno 3 e aumentano le risposte a favore del figlio unico o
addirittura per nessun figlio. Abituati all’uso delle nuove
tecnologie, sono tuttavia scettici sulla capacità di produrre
vero rinnovamento e incidere sui processi decisionali, convinti
(50%) che “pur aumentando le possibilità di partecipazione, alla
fine le decisioni vere passano ancora attraverso vecchi canali”.
E, pur essendo consapevoli di essere “la principale ricchezza
del Paese” (95,7%), hanno scarsa fiducia nelle istituzioni,
dalle quali si sentono ignorati. (fonte: Agenzia SIR)
Per approfondire:
www.rapportogiovani.it
Cernusco sul Naviglio, 25 novembre 2013
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