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Un pensiero di Stefano Comi Cernuschese a Berlino
Quando ero bambino,
alla fine dell’anno scolastico si andava dal calzolaio a
comprare un paio di zoccoli con i colori della squadra
di calcio del cuore che avremmo portato per tutta
l’estate. Le giornate erano scandite dai sapori di
avventure incredibili per i campi, lungo le rogge e nei
boschetti fuori dal paese. Non solo non c’erano PC, iPod,
WiFi e simili, ma anche la TV dei ragazzi spariva dal
nostro programma quotidiano per lasciare il posto alla
scoperta di mondi e impressioni fantastiche.
La geografia del
paese, nonostante le vie e le piazze avessero già nomi
altisonanti come Roma, Garibaldi, Verdi e Cavour, per
noi si divideva in Contrada del Guasto, Angolo Pizzi, i
cortiletti, la corte grande. Sul piazzale della Chiesa
vecchia ormai sconsacrata c’erano tre osterie che la
domenica si riempivano di uomini adulti che discutevano
molto rumorosamente della loro settimana passata al
lavoro nei campi. Gli operai erano una rarità e godevano
di un rispetto quasi reverenziale, per le donne e i
bambini, l’osteria era un tabù.
Poi, una delle
osterie chiuse e al suo posto si stabilì una pizzeria.
La presenza di questo corpo estraneo alla tradizione e
alla storia del paese fu per mesi tema di accese
discussioni e frequentare la pizzeria divenne sinonimo
di ribellione e di appartenenza a un mondo oscuro misto
di malaffare e di comportamenti immorali.
Sono passati gli
anni.
La vecchia chiesa e
il campanile sono stati abbattuti per fare posto a una
banca e una gelateria, i cortiletti sono stati
trasformati in ricercati appartamenti moderni, le
osterie e anche la pizzeria sono sparite, la piazza e
tutto il centro sono diventati una grande isola
pedonale, le vecchie case e i cortili una volta popolati
da famiglie di contadini, hanno lasciato il posto a
boutique dove un paio di scarpe costa quanto
un’utilitaria ai tempi del boom economico. Sono tornato
a trovare un paio di amici e, seduto ai tavolini della
gelateria, ho osservato il via vai sulla piazza
riconoscendo a mala pena una decina di persone delle
centinaia intente a commentare la prima pagina dei
giornali prima di far ritorno a casa in tempo per il
pranzo domenicale.
È questo il paese
che ho lasciato più di trent’anni fa per iniziare la mia
odissea di Sinbad alla scoperta di mondi nuovi?
Certamente no.
Nemmeno le poche persone che credevo di conoscere sono
rimaste le stesse. Panta rei, tutto scorre, tutto
cambia.
Non solo le piazze,
le strade, le osterie, anche le donne e gli uomini che
sono rimasti non sono più gli stessi e credere a
un’eredità culturale legata al territorio o alle
tradizioni, è un’illusione. Anche ripetere cerimonie,
liturgie, gesti come abbiamo fatto ogni anno il giorno
di Sant’Antonio o di San Giuseppe, non riporta in vita
situazioni e sentimenti passati, niente è più uguale.
Non lo sono i protagonisti, non lo sono le circostanze,
non lo sono le conseguenze.
Carlos Castaneda nel
suo libro “Viaggio a Ixtlan” riporta un discorso di don
Juan Matu, uno sciamano dell’America centrale che
racconta della sua nascita a Ixtlan e dell’impossibilità
di farci ritorno poiché tutto ciò che crediamo possa
riportarci in luoghi o circostanze nelle quali siamo già
stati, altro non è che illusione, o, come dice don Juan,
fantasmi.
Alcuni degli amici o
dei conoscenti che ho rincontrato hanno passato ore a
raccontarmi di come tutto sia cambiato “per colpa” dei
nuovi arrivati. I nuovi arrivati sono, secondo i miei
interlocutori, “gli albanesi, i rumeni, i negri, i
musulmani, i cinesi” a secondo del contesto.
Ai miei tempi la
fonte di tutti mali era la pizzeria. Panta rei.
Noi che torniamo a
intervalli più o meno lunghi sui luoghi nei quali
abbiamo passato parte della nostra vita ci rendiamo
conto che non “loro” hanno cambiato qualcosa ma che il
cambiamento è nella natura stessa delle cose e che
quella della continuità di usi e tradizioni è
un’illusione alimentata da poche circostanze esteriori
quali una processione alla festa del Santo, una
manifestazione il giorno della liberazione, il
matrimonio in Chiesa e il percorso mesto sul viale del
cimitero ogni volta che un nostro caro ci lascia.
Eraclito scriveva
che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e
aveva ragione perché in questo momento l’acqua che mi
passa davanti non è più quella di un secondo fa e tutto
quello che mi circonda, non è più allo stesso posto di
prima. Il vento ha cambiato la posizione di ogni singola
foglia, gli uccelli non si sono fermati nel cielo ma
hanno continuato il loro volo, i pesci nell’acqua
continuano a lottare contro la corrente che nonostante
una parvenza di costanza nel suo agire, è solo
approssimativamente definibile nella sua forza, velocità
e direzione. Panta rei.
Che significato
hanno allora parole come “padroni a casa nostra”, “noi”,
“loro”?
In realtà nessuno.
Casa nostra non
esiste, siamo nati casualmente in un luogo geografico
definibile in parole e cifre e una maggioranza relativa
di persone non si allontanerà mai molto da lí, ma ciò
non lo fa diventare “nostro” anche perché “quel” luogo
dove siamo nati non esiste più. Non esiste più l’attimo
in cui abbiamo visto la luce di questo mondo e quel
momento non sarà più ripetibile come non lo è qualunque
altro momento della nostra vita. Panta rei.
È il Panta rei o il
viaggio a Ixtlan, ogni altro racconto è illusione.
Ognuno faccia di
questo quello che vuole, il mio sforzo personale è
quello di avvicinarmi a una Verità che contenga tutto
ciò che ho descritto fin qui, tutto ciò che ho fin qui
vissuto e sperimentato e che non so descrivere e a tutto
ciò che non potrò descrivere mai.
Per fare questo ho
bisogno di un punto d’appoggio o di riferimento perché
il tempo a nostra disposizione è poco e la possibilità
di percorrere strade fallaci è grande quanto è grande
l’angolo d’azione della nostra mente.
Il Sublime Buddha
Gautama disse che la probabilità di incontrare un
Maestro è simile a quella di una tartaruga nell’oceano
che, venuta a galla per respirare, infila la testa nella
ciambella di salvataggio perduta da una nave.
Ecco, nel mio
girovagare alla ricerca di nuovi mondi, ho infilato per
caso la testa in una ciambella di salvataggio che mi
permette di lasciarmi trascinare dalla corrente del
fiume senza paure, senza farmi prendere dal panico se a
ogni istante il paesaggio dietro la sponda è diverso,
senza lasciarmi prendere dalla voglia di afferrare una
radice o un ciuffo d’erba sulla riva alla ricerca di una
sicurezza falsa e menzognera.
In tutto questo non
c’è merito alcuno, non ho fatto qualcosa di eccezionale
o di particolarmente buono, non sono mai stato né un
santo né un devoto, è semplicemente accaduto.
Se dovessi
descrivere in poche parole la sostanza di questo
percorso di vita che non posso dire di aver scelto,
dovrei dire che Allah è pietoso e misericordioso verso
le sue creature.
Ogni altro tentativo
di descrizione sarebbe arroganza.
Carlo Comi
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