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Leggo su
CernuscoInsieme che il consigliere comunale di Cernusco
Fabrizio de Luigi interviene sul tema della scuola citando
i dati OCSE. In particolare scrive:
la situazione di crisi deve essere un'occasione per
poter iniziare quel processo di razionalizzazione della
scuola italiana oggi molto dispendiosa, inefficiente e
inefficace. Il governo centrale manovra un macchina
elefantiaca come la scuola costituita da più di
1.000.000 di dipendenti che però raggiunge risultati
molto bassi. Gli studenti italiani passano più tempo dei
coetanei stranieri nelle aule scolastiche ma nei test
internazionali finiscono sempre agli ultimi posti (fonte
OCSE). Anche la spesa per lo studente è tra le più
elevate, soprattutto a causa del rapporto tra insegnati
ed alunni, che in Italia è 11 studenti per insegnante
contro una media OCSE di 16.
Quindi mi sono andato a vedere questi dati OCSE e ho
preso il rapporto “Education at a glance 2010”. Partiamo
dal numero di insegnanti e dalla spesa che lo stato deve
sostenere. Un dato interessante è la dimensione delle
classi: in Italia sono maggiori rispetto alla media Ocse
(18 alunni contro 22). De Luigi afferma che la scuola in
Italia è “molto dispendiosa”, ma Roma spende il 4,5% del
Pil nelle istituzioni scolastiche contro una media Ocse
del 5,7 %. Solo la Repubblica Slovacca spende meno tra i
Paesi industrializzati. Complessivamente, la spesa
pubblica nella scuola (inclusi sussidi alle famiglie e
prestiti agli studenti) é pari al 9% della spesa
pubblica totale, il livello più basso tra i Paesi
industrializzati (13,3% la media Ocse). La spesa media
annua complessiva per studente é peraltro di 7.950
dollari, non molto lontana dalla media (8.200), ma
focalizzata sulla scuola primaria e secondaria a scapito
dell'università dove la spesa media per studente inclusa
l'attività di ricerca è di appena 8.600 dollari contro i
quasi 13mila Ocse. Se a questo si aggiunge che gli
stipendi degli insegnati sono molto sotto la media,
risulta evidente come il problema della scuola italiana
sia proprio la mancanza di risorse e non il contrario.
Occorre però ricordare che il rapporto si riferisce al
2008, prima della “cura” Gelmini che abbasserà
ulteriormente la spesa per studente attraverso la
riduzione degli orari scolastici, del personale e degli
stipendi (blocco della contrattazione e degli scatti di
anzianità).
È opportuno anche ricordare le specificità italiane che
concorrono a determinare un basso rapporto
alunni/docenti (10,6 contro 16,4 della media OCSE):
l’inserimento nelle classi degli alunni diversamente
abili, il tempo scuola più ampio, l’insegnamento della
religione cattolica, la dipendenza statale di tutti gli
operatori, l’assetto geo-morfologico del territorio.
Rispetto al grado di apprendimento, per la scuola
elementare, principale oggetto del contendere, bisogna
fare riferimento alle ricerche IEA-PIRLS poiché la
ricerca PISA-OCSE esamina il livello di conoscenza dei
ragazzi e delle ragazze di 15 anni. Lo Studio PIRLS
(Progress in International Reading Literacy Study),
realizzato ogni cinque anni, misura i livelli di
comprensione della lettura dei bambini al quarto anno di
scolarità e analizza le esperienze familiari e
scolastiche che possono influenzarne l’apprendimento.
L’ultimo tsto di riferimento è quello pubblicato nel
dicembre del 2007. L’Italia si colloca nella fascia alta
del rendimento nella lettura con un punteggio
significativamente più alto della media internazionale
(551 contro 500) e con un’età media dei bambini
partecipanti più bassa di tutti gli altri paesi (9,7
anni). (Cfr. http://www.invalsi.it/download/Pirls_Fascicolo1.pdf).
I risultati degli studenti italiani diminuiscono in
maniera preoccupante proprio in corrispondenza della
scuola media, quella che in passato ha più subito i
tagli governativi.
In sintesi, dove la scuola riesce a garantire un
servizio adeguato i risultati ci sono, il problema delle
risorse dedicate è la loro scarsità e ogni intervento
che voglia andare nella direzione dei paesi
industrializzati deve puntare ad un aumento delle
stesse, non a un loro ulteriore taglio. I dati parlano
chiaro.
Roberto Codazzi
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