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Siamo nati con la seconda guerra mondiale, chi è stato
partorito dopo il fatidico 10 giugno è venuto alla luce
assieme al sibilo delle bombe. Eravamo troppo piccoli
per ricordarci tutto, ma dal racconto dei nonni e dei
genitori abbiamo recepito qualche notizia. Quando
suonava l’allarme che precedeva i bombardamenti si
andava in mezzo ai campi o nelle cantine delle case.
Forse qualcuno ricorda la distruzione della scuola del
quartiere di Gorla in cui persero la vita più di
duecento bambini o i bombardamenti allo smistamento di
Limito, che era un nodo nevralgico delle comunicazioni
ferroviarie.
Abbiamo incominciato le scuole elementari: si andava
alle lezioni cinque giorni la settimana la mattina e il
pomeriggio; il giovedì era giorno di vacanza. La prima
pagella portava ancora l’intestazione “Regno d’Italia”.
Le prime gite erano organizzate dalla parrocchia per
festeggiare la prima comunione o altra occasione di
festa: il mezzo di trasporto era il camion con il
rimorchio.
Molti forse ricordano la piena del Po del 1951, tanti
sfollati di quelle zone si stabilirono anche dalle
nostre parti.
Dopo le elementari, alcuni andarono alle Scuole
Commerciali, pochi alle Scuole Medie, diversi
incominciavano i primi lavori saltuari e, a quattordici
anni, tutti al lavoro salvo coloro che potevano
proseguire gli studi. I più volonterosi andavano a
lavorare di giorno e alla sera a scuola.
Per i maschi la leva militare era fissata ai ventuno
anni (perché era quella l’età che consentiva la maggiore
età) e la naja durava diciotto mesi, anzi diciassette
mesi e dieci giorni.
Gli anni ’60 sono stati gli anni del miracolo economico,
delle migrazioni dal Sud al Nord, della conseguente
crisi e dell’esplosione dell’Europa: il maggio francese
per la scuola, in Italia il libro “Lettera a una
professoressa” della Scuola di Barbiana ha fatto
scalpore nelle scuole, la Chiesa Cattolica aveva appena
tenuto il Concilio Vaticano II° e l’emancipazione del
mondo del lavoro portò alcune novità quali la
retribuzione della malattia al 100% dello stipendio,
(antecedentemente i primi tre giorni non erano
riconosciuti e il resto al 60%), le ferie di agosto sono
state portate alle quattro settimane e la riforma delle
pensioni ha stabilito che, dopo quarant’anni di
contributi, era acquisito con l’80% dello stipendio.
E’ di quegli anni la data del matrimonio dei più tra noi
e incominciavano ad arrivare i figli con le gioie e gli
oneri per la nostra iniziale inesperienza, poi per la
ricerca di un posto all’asilo e alle elementari dove
anche a Cernusco si facevano i doppi turni a causa
dell’esplosione demografica di quegli anni. Poi i figli
al lavoro e altri a proseguire gli studi. Molti di noi
si sono poi trasferiti in altre città, altri sono
arrivati a Cernusco, altri ancora ci hanno lasciato per
sempre e, questa sera, siamo qui anche a ricordarli.
Attualmente stiamo attraversando una crisi economica mai
vista in questi settant’anni, forse le conseguenze
negative stanno toccando anche qualche nostro familiare
(figlio, figlia, nuora o genero), è una crisi di non
facile soluzione e non se ne vede la fine all’orizzonte,
nonostante queste difficoltà, dobbiamo sperare e fare
qualcosa per costruirci un futuro migliore.
Segno dei tempi: la nostra classe, nel 1960, quando
avevamo vent’anni, era composta da 113 femmine e 97
maschi e per la festa del ventesimo ci siamo trovati in
oratorio, oggi, dopo cinquantant’anni, ci troviamo in
una struttura comunale per dare spazio a tutti i 385
quarantine e quarantini, affinché ciascuno si senta come
a casa propria.
Stasera siamo usciti di casa, anche facendo qualche
piccolo sforzo, per dimostrare il nostro coraggio di
affrontare il futuro a noi stessi, ai nostri parenti e
ai nostri concittadini, con speranza e fiducia nel
futuro nonostante le difficoltà che ci verranno
incontro.
Auguri quindi, auguri in abbondanza e… in bocca al lupo!
Angelo Levati |