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Nella pietà che non cede al rancore, | madre, ho
imparato l'amore.
(Fabrizio De Andrè)
Nelle pagine della Piazzetta vedo alcune accuse rivolto
al mondo dei “pacifisti”. Scrive l'ex sindaco Paolo
Frigerio: “mi domandavo dove fossero le bandiere
arcobaleno, le ondate pacifiste, le masse “indignate”,
le mozioni consiliari….”, scrive il neo segretario
della Lega Nord di Cernusco, Domenico Galluzzo: “Mi
sono chiesto anch’io dove fossero finite le bandiere
arcobaleno: forse che soldati italiani non sono più in
Afghanistan?”.
Se avessero ragione, se la richiesta della pace come
diritto di tutti gli uomini fosse solo uno strumento
politico per attaccare la politica militare di alcuni
stati e non di altri, sarebbe terribile. Ma non è così,
per fortuna e per volontà nostra.
Nel 2003, prima della triste decisione nordamericana e
inglese di invadere l'Iraq la campagna di mobilitazione
a Cernusco era arrivata a contare più di 3000 bandiere
esposte in segno di rifiuto della violenza (la guerra)
come mezzo di risoluzione di una violenza esistente (il
regime di Saddam). Si voleva manifestare la nostra idea
che non con le armi avremmo alleviato le sofferenze del
popoli iracheno. Purtroppo la guerra c'è stata e secondo
l'Opinion Research Survey si devono contare 1.221.000
morti tra i civili iracheni in meno di 5 anni.
Oggi ci troviamo di fronte a vari scenari di guerra nel
mondo, almeno una cinquantina. Spesso molte di queste
non raggiungono gli onori della cronaca se non in
piccoli trafiletti, così non sappiamo nulla o poco più
della Repubblica Centrafricana, del Congo, dello Sri
Lanka, dello Zimbabwe, della Cecenia, delle Comore o del
Sudan.
Nei mesi scorsi forti proteste di piazza hanno riacceso
i riflettori sulla dimenticata Birmania, e in molti
abbiamo scoperto solo allora che adesso si chiama
Myanmar. Al governo siedono dei militari che in nome del
comunismo hanno ridotto alla fame il popolo e lo tengono
in uno stato di schiavitù vigilata. L'attuale Giunta non
ha atteso un sollecito da parte del Consiglio Comunale e
ha espresso subito il proprio piccolo (per quel che
conta) sostegno alla lotta per la democrazia. Poi
l'affanno iniziale si è spento e il silenzio è tornato
su questa terra che in pochi sapremmo collocare sulla
mappa.
Il 10 marzo un centinaio di attivisti tibetani in esilio
hanno cominciato a marciare dall'India fino al Tibet in
segno di protesta contro il dominio cinese nella regione
nel silenzio dei media nazionale. Solo pochi mesi prima
il Dalai Lama era stato in visita in Italia
accuratamente evitato da politici nazionali di sinistra
e destra, neanche il Santo Padre lo incontrò per non
rovinare il processo di contrattazione in atto con la
Cina sulle modalità di designazione dei vescovi. Gli
unici politici di livello nazionale che hanno voluto
incontrarlo, non curante delle richieste cinesi, furono
Bertinotti, Formigoni e Moratti. Il Comune di Cologno
gli ha assegnato la cittadinanza onoraria.
Il 14 marzo i monaci tibetani conquistano le prime
pagine: le strade della capitale del Tibet sono state
teatro di violenti scontri tra centinaia manifestanti e
polizia militare cinese. Purtroppo ci sono i morti,
probabilmente un centinaio, forse di più. E qui arrivano
le critiche di Frigerio e Galluzzo contro i pacifisti
cernuschesi che non vogliono proferir parola quando i
diritti umani sono violati da regimi comunisti.
Ho aspettato qualche giorno per vedere se si accorgevano
da soli d'aver preso un granchio (non voglio pensare che
stiano strumentalizzando la sofferenza di un popolo
oppresso) ma purtroppo vedo che han bisogno di essere
guidati. Ecco alcuni spunti.
Il 20 marzo (un giorno prima della lettera di Paolo
Frigerio) un rappresentate del Comune di Cernusco ha
partecipato a Milano a una manifestazione in solidarietà
con il popolo tibetano e per protestare contro la
repressione cinese delle manifestazioni indipendentiste
che si tengono in questi giorni in Tibet. La notizia è
facilmente reperibile in internet, per esempio su Alice:
http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/03_marzo/20/
tibet_in_300_manifestano_a_milano_contro_la_repressione_cinese,14346842.html
Il 15 marzo (sei giorni prima della lettera di Paolo
Frigerio) sul mio blog scrivevo: “Dalla lista USA degli
stati canaglia sparisce la Cina, che ringrazia
reprimendo nel sangue le manifestazioni dei monaci
tibetani. Quel che è certo, è che la strategia di
Pechino nell'affrontare le rivolte popolari è cambiata.
Nello Xingjiang, la regione ai confini con l'Afghanistan
dove a ribellarsi è la popolazione musulmana, si
utilizzano gli idranti per sedare le proteste. In una
zona dove la temperatura può arrivare a 12-15 gradi
sotto lo zero la folla vinene circondata, inzuppata e
lasciata congelare in strada in modo da attribuire i
decessi alle rigide temperature, in Tibet si spara ad
alzo zero per le strade.”
(http://blog.libero.it/KudaBlog/4296370.html)
Il 17 marzo Ermanno Zacchetti si chiedeva nel suo blog
se solo adesso sorgono le domande rispetto a un
possibile boicottaggio dei Giochi Olimpici cinesi e
rimandava a un post di novembre in cui scriveva:
“Personalmente condivido la proposta di non boicottare i
Giochi Olimpici (su questa posizione sono nientemeno che
in compagnia del Dalai Lama) ma far sì che questa
straordinaria apertura al Mondo della Cina possa
permettere circolazione di idee, contaminazione,
curiosità identitaria reciproca.”
(http://ermannozacchetti.blogspot.com/2007/11/riflessioni-su-pechino-2008.html)
Un cernuschese che spesso interviene su queste pagine ha
scritto (in una dei siti di notizie più visitati):
“Anche in occidente, l’atteggiamento verso il Tibet è
spesso cambiato a secondo le convenienze. Cosí la
CIA aiutó il Dalai Lama a lasciare Lhasa nel 1959 e
continuó a addestrare guerriglieri tibetani fino agli
inizi degli anni settanta, quando Nixon decise una
politica di riavvicinamento alla Cina. Secondo il New
York Times del 2 ottobre 1998, il governo tibetano in
esilio ammise di aver ricevuto dalla CIA 1,7 milioni di
dollari l’anno per tutti gli anni sessanta, soldi spesi
per l’addestramento di truppe di guerriglieri da
impiegare in operazioni anti-cinesi. Ora che gli Stati
Uniti hanno tolto la Cina dalla loro lista dei paesi
canaglia grazie alle abbondanti iniezioni di capitali
cinesi nelle piú grosse banche americane allo sbando
dopo la crisi dei crediti sub-prime, la situazione in
Tibet si fa piú confusa.”
(da
http://www.radio-utopie.de/2008/03/21/difficolta-di-interpretazione-della-storia/).
Sul sito di Rifondazione di Cernusco si legge “esprime
solidarietà al popolo Tibetano e al loro leader
religioso Dalai Lama, vittime e della repressione
militare e della negazione delle libertà civili sino a
costringere all’esilio.”
(http://rifocernusco.wordpress.com/2008/03/26/tibet-stop-alloppressione/)
Come vedete la reazione c'è stata e tutte sono alla
portata di chi vuole vederle. Perché non c'è stata una
nuova campagna con le bandiere della pace ai balconi? Ma
perché ogni strumento deve essere finalizzato allo
scopo. Nel 2003 si manifestava contro una democrazia che
è fondata sul consenso popolare, far vedere ai
governanti che una nazione era contro un'invasione aveva
un senso, se sperava di far cambiare loro idea. Pechino
non sarebbe minimamente scalfito da 3000 bandiere a
Cernusco. Bisogna agire in altro modo. A livello
simbolico (Olimpiadi?) ed economico. E non scordiamoci
che se il Partito Comunista filtra le informazioni in
Cina nulla può contro i cinesi all'estero. Gli emigrati
possono diventare il mezzo per far sapere ai cinesi in
patria quello che il loro governo gli nasconde.
Scusate la lunghezza, ma visto il tema non volevo
ridurlo a poche battute.
Roberto Codazzi
nb: dal mio balcone la bandiera non è mai stata tolta
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