Störkathen, il 29 settembre 2007
Non era propriamente
un’abitudine, ma, di tanto in tanto, amava uscire col
nonno per i campi la domenica mattina, mentre in casa
era tutto un da fare per preparare il pranzo al quale
avrebbero puntualmente partecipato non meno di dieci
persone.
Camminavano in
silenzio lungo le rogge povere d’acqua e il nonno
spartiva col suo bastone le erbe e i cespugli come se si
aspettasse di cogliere di sorpresa un qualche misterioso
abitante della brughiera altrimenti deserta.
Arrivati in fondo al
campo, il nonno si fermava. Osservava in silenzio la
corona di foglie nuove della quercia e diceva:
“Quest’anno la pioggia arriverá tardi”.
Lui provava a
scrutare fra i rami alla ricerca degli indizi che gli
avrebbero rivelato una veritá cosí ovvia, senza peró
scoprire nulla.
Se un gruppo di
anatre in formazione volava alto sopra le loro teste, il
nonno le fissava per qualche istante e poi, scuotendo la
testa, diceva: “Hanno rovinato tutto!”
Lui alzava gli occhi
al cielo, osservava quella formazione perfetta e, pur
non sapendo a chi aveva rivolta l’accusa né cosa fosse
stato cosí irrimediabilmente rovinato, sapeva che il
nonno aveva ragione.
Vicino al nonno si
sentiva piccolo e ignorante e provava a stringersi al
suo fianco in cerca di protezione, nella segreta
speranza di assorbire almeno un po’ della sua saggezza.
Cosa aveva da
raccontargli lui della vita? Che all’universitá, dopo
l’ultimo scandalo era stato eletto un nuovo Magnifico
Rettore? O che i prezzi nella caffetteria erano di nuovo
aumentati?
Provava un senso di
ridicolo vicino alla figura maestosa del nonno e non
poteva che annuire ad ogni sua affermazione dando a quel
gesto piú un senso di ammissione della propria ignoranza
e impotenza che non quello di approvazione di una veritá
che gli restava preclusa.
Di una cosa era
certo: se un giorno il paese fosse stato minacciato da
un’alluvione o dal terremoto, dalla peste nera o dalla
guerra, il nonno lo avrebbe saputo almeno tre giorni
prima, semplicemente osservando la quercia in fondo alla
campagna o annusando il vento.
Quanto ai professori
dell’universitá, questi sarebbero invece stati sorpresi
nelle loro aule da uno studente che irrompendo con il
braccio alzato e sventolando un giornale avrebbe
gridato: “La guerra! La guerra! L’Italia è in guerra!”
Ad ogni fine mese,
prima di andare a ritirare la pensione alla posta, si
sedevano al tavolo ad esercitare la stesura della firma.
Il nonno era analfabeta e, quello di dover scrivere il
proprio nome per provare che lui era proprio lui, lo
divertiva e lo sconcertava allo stesso momento. “ Forse
che un faggio deve saper firmare per provare che è un
faggio?” diceva.
Una volta arrivato
in posta, di fronte agli sportelli e agli impiegati che
fra una pratica e l’altra discutevano della situazione
internazionale dei mercati finanziari, lui, analfabeta,
da questa parte dello sportello, era un gigante di
sapienza e quelli, dall’altra, piccole cavie che si
affrettavano da una parte all’altra della loro gabbia
senza trovare l’uscita.
Un giorno lo aveva
accompagnato al circolo degli anziani dove, dietro al
bancone, c’era un rubinetto da riparare.
Mentre era
indaffarato nella sua opera, fra il brusio degli anziani
occupati dal gioco delle carte e della dama,
inaspettatamente entró il sindaco, accompagnato dalla
sua segretaria e da un giovane visibilmente impacciato e
prigioniero di un perfetto abito blu indossato su
regolare camicia e cravatta.
Il sindaco, piccolo,
tondo, poco piú che quarantenne, con una calvizie
avanzata e compresso in un impermeabile di pelle,
cominció a parlare di riconoscenza della comunitá nei
confronti degli anziani, delle politiche sociali della
nuova amministrazione, di segnali forti per la
cittadinanza e per le nuove generazioni.
Senza mostrare
particolari emozioni, gli anziani ascoltarono pazienti
e, quando il sindaco, dopo grandi sorrisi e strette di
mano, se ne andó lasciando sul primo tavolo una pila di
libri, ognuno tornó tranquillamente al proprio mazzo di
carte, alle pedine della dama o al proprio bicchiere di
vino.
“Chi ha sposato
quello lí?” chiese qualcuno.
“La figlia del
barbiere” rispose un altro, lanciando sorrisi ammiccanti
e occhiate furtive ai suoi vicini.
“Allora era meglio
se i libri li avesse portati a sua moglie!” ribatté il
primo, scatenando un boato di risa e sghignazzi
accompagnati da grandi pacche sulle cosce e pugni sul
tavolo.
Dal suo angolo
dietro al bancone, lui osservava i lazzi ormai senza
ritegno di quella che gli sembrava sempre piú una banda
di ragazzini nell’ora di ricreazione e non poteva fare a
meno di partecipare a quella esplosione di ilaritá,
anche se non ne conosceva la ragione.
“Povero sindaco”
pensó osservando il muro impenetrabile che lo separava
dal loro segreto.
“E lui e´ sposato?”
chiesero al nonno indicando proprio lui che dietro al
bancone avrebbe voluto essere invisibile.
Immediatamente scese
il silenzio e una selva di occhi lo fissava mentre lui
si sentí il sangue raggelare nelle vene.
“ No, studia”
rispose il nonno.
“ E il soldato lo ha
giá fatto?” chiese un altro.
“ L’anno prossimo!
Dopo la laurea andrá alla scuola ufficiali”
L’assemblea annuí
soddisfatta. “Bravo!” “Bravo!” ripetevano da ogni
angolo.
Sentí di aver
superato uno degli esami piú difficili della sua vita
mentre la fronte gli si imperlava di sudore.
“Ricordati, diceva
un altro, quando si esce dalla trincea bisogna farlo
tutti insieme e stare ordinati in una linea, altrimenti
quelli rimasti piú indietro finiscono con lo sparare a
chi è uscito per primo!”
“Ma cosa vai
raccontando, lo rimbeccó il vicino, oggi la guerra non
si fa mica piú in trincea! Sei rimasto ai tempi del cucú!”
E via con una discussione sulla guerra che presto
coinvolse tutti e della quale gli provenivano solo brani
e spezzoni intercalati dal ritornello che cosí spesso
aveva sentito dal nonno: “Hanno rovinato tutto!”
Cercó di affinare
l’udito per cogliere un motivo di fondo, un legame
omologo che gli permettesse di seguire una traccia in
mezzo a quella confusione di voci.
“Hanno rovinato
tutto, diceva uno, una volta si sparava di giorno da una
trincea all’altra. Poi la sera, quando gli ufficiali si
ritiravano al casino, uscivamo gattoni a scambiare
sigarette e grappa col pane e burro dei ragazzi
dall’altra parte. Oggi è tutto il contrario. Di giorno
sono tutti lí a darsi gran strette di mano e a fare
discorsi importanti per poi, di notte, mettersi bombe
assassine e anonime l’uno davanti alla casa dell’altro.
Non si capisce piú niente. Non sai piú chi è l’amico e
chi il nemico. Fino a ieri ti hanno fatto sparare da una
parte e da oggi devi sparare dall’altra. A chi ha ucciso
il tuo compagno viene pagato un riscatto e ora devi
stringergli la mano come niente fosse, mentre fra i tuoi
amici ci sono alcuni ai quali non devi mai girare le
spalle perché non sai fino a quando saranno tuoi amici.
Hanno rovinato tutto!”
Mentre tornava a
casa, passando vicino alle ruspe che avevano strappato
l’ultimo platano per far posto al nuovo centro
commerciale, senza sapere esattamente a chi rivolgere la
sua accusa, non poté fare a meno di pensare: “I vecchi
hanno ragione, hanno rovinato tutto!”
Un nodo gli chiuse
la gola, mentre l’inizio di una lacrima giá gli lucidava
gli occhi.
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