|
FRANCESCO: “IL TEMPO PASSATO
ACCANTO AL MALATO È UN TEMPO SANTO”
“Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo (Gb,
29,15)”. È il tema che Papa Francesco ha scelto per il messaggio
per la XXIII Giornata mondiale del malato del prossimo 11
febbraio.
Il messaggio di Papa Francesco -
La sapienza del cuore, spiega il Pontefice nel messaggio, “non è
una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti”. Essa
piuttosto è “un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella
mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli
e riconosce in essi l’immagine di Dio”. Dunque, “in questa
sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i
frutti della Giornata mondiale del malato”. Innanzitutto,
“sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di
Giobbe che contiene le parole ‘io ero gli occhi per il cieco,
ero i piedi per lo zoppo’, si evidenzia la dimensione di
servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di
una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani
della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al
povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura
dell’orfano e della vedova”. “Quanti cristiani - osserva il
Santo Padre - anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con
la loro vita radicata in una fede genuina, di essere ‘’occhi per
il cieco’ e ‘’piedi per lo zoppo’!”.
“Persone che stanno vicino ai malati
che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per
lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio,
specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare
faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche
giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o
addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di
ringraziare”, evidenzia Francesco. E “tuttavia, che grande
cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può
contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è
anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa”. Sapienza
del cuore, prosegue il Papa, “è stare con il fratello. Il tempo
passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci
conforma all’immagine di suo Figlio”. Il Pontefice invita a
chiedere “con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia
di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte
silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a
questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al
nostro affetto, si sentono più amati e confortati”. “Quale
grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che
insistono tanto sulla ‘qualità della vita’, per indurre a
credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero
degne di essere vissute!”, denuncia Francesco.
Sapienza del cuore,
continua il Papa, è anche “uscire da sé verso il fratello. Il
nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo
speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla
fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la
dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico
dell’altro”. In fondo, “dietro questo atteggiamento c’è spesso
una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore
che dice: ‘L’avete fatto a me’”. Per questo, il Santo Padre
ricorda ancora una volta “l’assoluta priorità dell’uscita da sé
verso il fratello come uno dei due comandamenti principali che
fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare
discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta
alla donazione assolutamente gratuita di Dio”. Dalla stessa
natura missionaria della Chiesa sgorgano “la carità effettiva
per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e
promuove”. Sapienza del cuore è poi “essere solidali col
fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo
per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare
accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe”. Ma, precisa
Francesco, “gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un
giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse
la punizione di Dio per una sua colpa”.
“La vera carità è condivisione che non giudica,
che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa
umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene
fatto”, spiega il Papa. L’esperienza di Giobbe trova “la sua
autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di
solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente
misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore
umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre
impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe
gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica
della fede”. Perciò, “anche quando la malattia, la solitudine e
l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione,
l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della
trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la
sapientia cordis”. Si comprende perciò “come Giobbe, alla
fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare:
‘Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti
hanno veduto’. Anche le persone immerse nel mistero della
sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare
testimoni viventi di una fede - conclude il Papa - che permette
di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria
intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo”.
Cernusco sul Naviglio, 9 febbraio 2015 |