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SCOLA: IL SINODO SULLA FAMIGLIA
CI CHIEDE UN SALTO DI QUALITÀ
L’Arcivescovo ha partecipato, venerdì 21 novembre, a Milano,
all’incontro di approfondimento e di dialogo sulla famiglia e
sui temi emersi dall’ultimo Sinodo straordinario.
Dal
concreto svolgimento del Sinodo ha preso il via la riflessione
dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola: «la famiglia deve
essere soggetto e non più oggetto di cura da parte della
Comunità cristiana. Insisto su questa importantissima
affermazione sinodale – che rappresenta un rivolgimento del suo
ruolo, del compito e del suo posto – per sottolineare quello che
è il compito della famiglia in quanto tale nella sua unità». E,
d’altra parte, a testimoniare a pieno la centralità per la vita
della Chiesa dell’Istituzione familiare, sono il lungo e
articolato lavoro preparatorio che «culmina normalmente in
un’Assemblea come momento finale di un processo che, di solito,
dura tre anni» e la specificità, decisa dal Papa, «di legare un
Sinodo straordinario, quale è quello conclusosi il mese scorso,
con uno ordinario che si svolgerà l’anno prossimo». Partendo
dalle sfide odierne affrontate nell’Assise straordinaria, «cosa
che spiega perché si sia parlato più che altro di divorziati,
separati, di unioni di fatto e di omosessuali, sarà compito
dell’Ordinario inserire tali questioni nel tema più generale».
Il
Sinodo – ha sottolineato poi il Cardinale – «ci chiede un salto
di qualità che vorrei facesse anche la nostra Chiesa nella
prassi quotidiana con l’assunzione in prima persona di questo
impegno chiesto dalla situazione di grande cambiamento in atto
oggi nelle nostre società europee», basti pensare a questioni
scottanti come il mutamento del concetto stesso della filiazione
con le madri surrogate.
Ma in
che modo la famiglia è soggetto di evangelizzazione? «Certo non
significa coinvolgere l’uno o l’altro dei membri nelle attività
delle parrocchie o delle aggregazioni, ma vuole dire chiedere
alla famiglia in quanto tale di testimoniare la modalità nella
quale essa vive il quotidiano, negli affetti, nel lavoro, nel
riposo e nella festa, nella modalità di concepire la nascita, la
malattia, la morte, la prova, l’educazione, l’edificazione di
una società giusta in vista del bene comune. Se ciò fosse
lasciato solo al singolo – cosa che facciamo troppo spesso per
un’involuzione narcisistica del soggetto – non riusciremo ad
avere la fioritura libera dell’io nelle sue dimensioni
costitutive: la differenza sessuale e tra le generazioni». E se
«siamo cristiani perché vogliamo essere uomini e donne
compiuti», occorre offrire con una chiarezza maggiore di quanto
avvenga oggi per una sorta di strana timidezza, il nostro essere
alla sequela di Cristo e nella Chiesa.
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Cernusco sul Naviglio, 24 novembre 2014
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