|
“IL TESTIMONE FA
CRESCERE LA LIBERTÀ”
“Giornalista,
testimone” è stato il tema del confronto tra l’arcivescovo di
Milano, cardinale Angelo Scola, e l’inviato del quotidiano “La
Stampa”, Domenico Quirico, in occasione della festa del patrono
dei giornalisti, san Francesco di Sales. Un reporter che abbiamo
incontrato e che ci ha profondamente colpito per il coraggio
delle sue scelte.
Il punto di partenza
del confronto è stato il concetto di “testimonianza” delineato
dall’arcivescovo nella sua Lettera pastorale “Il campo è il
mondo”: “Il testimone fa crescere la libertà, soprattutto la
libertà da se stessi, dal proprio progetto, dall’immagine di sé
che si sogna. Il testimone impara a conoscere in modo
appropriato la realtà, ne scopre, sulla propria pelle, la verità
e la comunica ai fratelli”.
Il coraggio di
raccontare -
Quirico – nel confronto con l’Arcivescovo svoltosi lo scorso 25
gennaio all’Istituto dei ciechi di Milano – ha esordito dicendo
che il giornalismo è “partecipare al dolore dell’altro” e solo
“dalla commozione nasce la mia titolarità a raccontare la storia
di altri uomini, perché la materia del lavoro del giornalista é
il dolore dell’uomo”. Infatti, “a un certo punto della mia vita
mi sono accorto che il mio lavoro ha una responsabilità morale
verso il mondo che racconto. Il gesto di scrivere determina
delle conseguenze dirette sulle persone che racconto”. Quirico
ha ricordato che in alcuni casi il coraggio di raccontare ha
fermato delle guerre, mentre “in altri casi c’è stata
l’omissione di questo rapporto di responsabilità. Ad esempio, in
Siria non abbiamo tenuto fede a questo, io per primo”.
Quirico è il giornalista de “La Stampa”
rapito per 5 mesi in Siria e rilasciato nello scorso settembre.
Il disinteresse
dell’Occidente -
Parlando del suo
rapimento, Quirico ha affermato che “quello che mi è successo è
una vicenda minima rispetto alla tragedia siriana, dove 22
milioni di persone sono ancora ostaggio della violenza. I miei
cinque mesi sono solo un piccolo episodio”. Infatti “la
rivoluzione siriana è stata una vera rivoluzione, non c’è nessun
burattinaio, ma una generazione di giovani scesa in strada a
protestare per cambiare il loro mondo. Io ho amato quei
rivoluzionari siriani, che con coraggio, determinazione, senza
ideologia, hanno lottato per trasformare il loro Paese”. Però
“quella rivoluzione non esiste più, perché quei giovani sono
morti. Al loro posto sono venuti altri, i combattenti dell’islam
radicale che hanno un progetto diverso, creare un califfato”.
Oggi “la rivoluzione siriana è diventata un’altra cosa, anche
per colpa nostra. Non abbiamo aiutato i rivoluzionari siriani,
abbiamo fatto finta di non conoscerli, di non riconoscerli. C’è
stato un momento in cui avrebbero potuto vincere, ma il mancato
aiuto dell’Occidente, che non vuol dire mandare i marines, ha
sconfitto la rivoluzione e ha aperto la strada ai fanatici”.

“Non si può
conoscere senza il cuore”
- Il cardinale Scola ha concordato sulla concezione di
giornalismo, affermando che “non si può conoscere senza il
cuore”, e ha affermato che “testimonianza è una parola
consumata, soprattutto da noi preti. Invece, la testimonianza
implica anche una auto-esposizione, un essere coinvolti con la
testa e con il cuore, disposti a pagare di persona”. Infatti,
“non possiamo pensare che basti qualche ragionamento ben
articolato, qualche lettura ben fatta, qualche momento di pausa
nel ritmo un po’ ossessivo della giornata per risolvere i
problemi del mondo. Forse dobbiamo prenderla da un altro punto
di vista, partendo dal nostro quotidiano, dal nostro limite, dal
nostro modo di lavorare e di vivere il riposo e gli affetti, dal
nostro modo di vivere la giustizia e di condividere il dolore”.
Il cardinale si è
inoltre domandato, a proposito dell’obbligo morale: “Cosa lo
fonda? Una trama di relazioni buone che documentano l’abbraccio
della verità, della bontà e della bellezza”. Partendo da “Dio,
uno e trino, che ospita la differenza più grande che esista”, ha
spiegato che “la vita è come una spirale perché ci sembra di
essere tornati allo stesso punto ma in realtà siamo più in alto.
Per questo non deve spaventare la ripetizione del quotidiano,
perché è normale nella nostra finitudine entrare nella
profondità del reale, passo dopo passo, ripetendo i nostri gesti
legati alle dimensioni costitutive del nostro io”.

Punto di vista –
Con Domenico Quirico abbiamo avuto un incontro occasionale
qualche mese fa durante il quale abbiamo parlato della
Siria, della situazione dei cristiani in quella martoriata
nazione, delle sofferenze dei bambini nei diversi Paesi del
Medio Oriente, della politica italiana, di Papa Francesco, della
Francia, dove ha risieduto per parecchi anni facendo il
corrispondente prima di diventare inviato speciale, dei giovani
e delle difficoltà che incontrano nel trovare un lavoro. Quirico
ci aveva anche confidato che vuole evitare il rischio di fare il
testimone a vita, di essere chiamato a portare la sua esperienza
ogni qual volta si parla di un sequestro.
Nel suo confronto con il cardinale Scola abbiamo risentito
quelle parole che già ci avevano colpito, durante il nostro
occasionale ma non breve incontro, sul coraggio di raccontare,
sull’intensità del partecipare, sul dovere di non girare lo
sguardo altrove e sull’urgenza di saperci assumere le nostre
responsabilità. Possiamo dirlo: è vero, abbiamo incontrato un
testimone!
C.G.
|