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DA 150 ANNI “AMBROGIO UBOLDO
È IN BENEDIZIONE DEI POVERI E DI TUTTI”
Chi era Ambrogio Uboldo? Una domanda quanto mai doverosa,
soprattutto perché tra poche settimane ricorre il 150° della sua
morte, avvenuta il 21 febbraio 1865.
In questi ultimi mesi abbiamo spesso parlato e scritto del
nostro ospedale. Lo abbiamo fatto anche scrivendo semplicemente
l’«Uboldo». Ma chi era Ambrogio Uboldo? Una domanda quanto mai
doverosa, soprattutto perché tra poche settimane ricorre il 150°
della sua morte. Infatti, il nobile Ambrogio Uboldo è nato il 29
gennaio 1785 ed è morto il 21 febbraio 1865.
Lo ricordiamo affidandoci al discorso commemorativo che fece il
concittadino don Luigi Ghezzi (1887 – 1952) nella chiesa
parrocchiale, che un tempo sorgeva in piazza Matteotti, il 18
dicembre 1927, durante la Messa delle ore 10, in occasione del
primo cinquantenario di fondazione dell’Ospedale Ambrogio Uboldo
(1877-1927). «La chiesa era veramente stipata come nelle grandi
occasioni e nei posti distinti hanno preso parte il signor
Podestà con tutte le autorità, l’amministrazione dell’Ospedale
Uboldo e tutte le associazioni locali.»
«La
nostra riconoscenza
– riporta Voce Amica di febbraio 1928 - è veramente
doverosa alla memoria di Ambrogio Uboldo, che sulla scorta di
Colui che passò beneficando, aprì e lasciò la sua casa agli
infelici, e diede modo e mezzi di confortare e lenire tanti
dolori di ritornare ad altri salute e vita.
Oh un
Ospedale è la più bella e proficua beneficenza; è un tesoro per
un paese e per una città; è l’oasi del viaggio doloroso di molti
e molti. Non c’è eredità più santa, non c’è dono più munifico,
non c’è monumento più bello: l’Ospedale in una borgata, dopo la
Chiesa, è il luogo più sacro! E Cernusco nostra ha il suo
Ospedale: il dono, l’eredità, il monumento di Ambrogio Uboldo!»
«Ambrogio Uboldo,
uomo dotato di beni di fortuna, e quel che più importa, di
intelligenza e attività, che gli diedero mezzo di moltiplicare
la sua fortuna, doveva avere anche un animo nobilissimo.
Condotto dalle vie misteriose di provvidenza ad avere proprietà
qui a Cernusco, qui pensò di tenere la sua casa, il nido
preferito, dove riposarsi dal logorio degli affari e delle
pratiche quotidiane della città. Costruirà una villa da
gareggiare col sontuoso palazzo Alari-Visconti, e che sarà in
prima fila colle case nobiliari Greppi e gli altri. Nelle sue
sale una pinacoteca, un’armeria ed altre ancora preziosissime
cose. Il giardino sarà meraviglioso, e nel disegno di Rougie,
gareggerà col giardino pubblico di Milano. Quel luogo sarà, un
insieme gustoso di natura, di arte e di poesia, e non mancherà
un richiamo a quella fede cristiana, che della natura è
interprete fedele, che dell’arte e della poesia è ispiratrice
feconda!»
Siamo attorno al 1817 e con la costruzione della Villa Uboldo
«in
quegli anni Cernusco lavorerà e mangerà, la costruzione darà
lavoro alla nostra gente e la sfamerà. Quando curiosi e ammirati
vi aggirate per il fantastico giardino, ricco di vegetazione
come una catena di colline, e cogli incanti di rocce e antri, e
ritornando vi domandate: come e perché questo paradiso? sostate
e leggete la lunga epigrafe in marmo, che vi è murata. L’Uboldo
la volle in latino, (artisticamente si voleva così) ma forse
anche a celare ai più la sua carità, perché non sapesse la
destra quel che fa la sinistra. L’epigrafe dice che a sovvenire
le miserie dei poveri quel luogo fu tramutato di brulla pianura
in un giardino incantato.»
«E
la bontà dei suo cuore non la smentirà mai,
e in morte il suo testamento sarà un testamento di carità.
Notate Signori miei che non è
un
testamento dell’ultima ora, suggerito e dettato da altri; è un
testamento pensato e ragionato, scritto due anni innanzi di
morire, veramente quindi prezioso nella sua nota dominante di
carità.» Un testamento ispirato dall’«amore tenerissimo alla
Vergine Santissima».
«Quei
poveri che hanno costruito la sua casa, saranno gli eredi suoi;
la sua villa, la sua splendida villa, che ha visto tante feste,
tante cacce, tanta letizia di compagnia vedrà anche i dolori,
le miserie, le sofferenze di questa povera umanità.»
«Egli era credente, Egli dunque ebbe l’amor di Dio,
l’amore vero non a parole, e chi ama il Signore ama il prossimo,
perché “Deus Charitas est”: e ricco di beni, fu più ricco di
buon cuore, e allora i suoi eredi furono i poveri di Cristo!
Oh
ricchezze veramente bene spese! oh esempio preclaro di carità
cristiane: se tutti i ricchi avessero questa generosità e
questa santa ambizione, no che i poveri maledirebbero mai alla
loro sorte, o avrebbero come un fratelli il ricco.
Provatevi un momento o signori miei a ripensare ai
cinquant’anni di vita dell’Ospedale: quanta carità spesa, quante
lacrime asciugate, quanti dolori leniti, quante famiglie
sollevate col ricovero dei loro cari ammalati, quante anime
assistite e aiutate a morire col conforto di non essere sole e
abbandonate!»
«A
noi non è dato di sapere
quando il Signore riconosce degna del suo amplesso un’anima,
quindi i suffragi devono essere continui e fervorosi: ed eccoci
qui noi a pregare suffragi per Ambrogio Uboldo; che se Dio già
lo ha nella gloria, noi tuttavia compiamo un atto virtuoso, la
riconoscenza dei beneficati al Benefattore. Ed io mentre alzerò
il Calice Divino, per voi e con voi signori miei, ricorderò chi
ha saputo battere le vie della bontà, chi ha lasciato un
testamento di carità, e invocherò per Lui misericordia e premio.
E dalla memoria di Ambrogio Uboldo, che è in benedizione dei
poveri e di tutti, oh io mi auguro che altri, altri ancora in
santa emulazione, delle loro ricchezze facciano monumento di
fede e di carità.
Non è
fuori luogo che io ricordi
qui
in bella e giusta armonia chi già si è messo sulla via, fiorita
di carità, segnata dall’Uboldo. Benedetta la memoria del
compianto monsignor Luigi Biraghi, nostro concittadino, che
amico vero, e vero cuore sacerdotale, consigliò l’Uboldo ad
essere il benefattore del povero popolo. E benedetta la memoria
di Angelo Tizzoni e di Carolina Balconi.
E
domani, e poi, e continuamente si allunghi la fila di questi
nomi tutti in benedizione! La carità di queste anime generose
che io ho qui ricordate siano sprone a tutti, per quel che ci è
possibile, ad avere la carità in sommo onore, e in quotidiana
pratica.»
«Questo giorno Signori miei, chiamatelo il dì della
riconoscenza,
ma ancora la giornata della carità, perché in tutti si sarà
acceso il proposito della generosa carità … Oh sì in tutti
dovrebbe sorgere la santa ambizione di fare erede delle proprie
ricchezze l’Ospedale, che essendo la casa del dolore, è anche la
casa del Dio, perché il Signore non è mai lontano da chi soffre.
Saremo cristiani per davvero, veri seguaci del Cristo benedetto,
quando in noi si sarà tradotta in pratica quotidiana il
“charitas Christi urget nos” dell’Apostolo.»
Punto di vista -
Sappiamo bene che attecchisce così raramente e con immensa
fatica il fiore della solidarietà come quello della gratitudine.
Ma ci auguriamo vivamente che questo 150° anniversario non passi
inosservato!
Cernusco sul Naviglio, 26 gennaio 2015 |