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SE N’È ANDATA GIUSEPPINA PIROLA,
STAFFETTA DELLA RESISTENZA
Forse
a pochi erano noti i trascorsi giovanili di Giuseppina Pirola,
eppure lei era ben orgogliosa di quanto aveva fatto durante la
Resistenza e in più di un’occasione ha rivendicato con forza il
ruolo, molto spesso sottovalutato, che hanno avuto le donne
nella lotta partigiana. Giuseppina Pirola se n’è andata lo
scorso 20 ottobre all’età di 88 anni.
Anche
a chi scrive queste brevi note è toccato in più occasioni
ascoltare i suoi benevoli richiami contro una certa retorica
della lotta di Liberazione, che tendeva a privilegiare i capi e
a dimenticare i gregari, e non ci nascondeva una sua certa
delusione per una classe politica locale e nazionale che, negli
ultimi decenni, a suo parere, si stava sempre più allontanando
dagli ideali per i quali si era battuta in gioventù.
Giuseppina Pirola se n’è andata lo scorso 20 ottobre all’età di
88 anni. I suoi funerali sono stati celebrati martedì 22 nella
chiesa prepositurale di Santa Maria Assunta. Nella sua famiglia
l’impegno sociale e politico non era certo sconosciuto: il
fratello Mario è stato sindaco della nostra città dal 1945 sino
al 1953, anno della sua morte; mentre il fratello Agostino è
stato presidente della Cooperativa Edificatrice Constantes e
socio fondatore e primo presidente della BCC della nostra città.
Staffetta della 26^ Brigata del popolo - Giuseppina
Pirola – staffetta della 26^ Brigata del Popolo - ci ha
raccontato, con quel suo piglio ben deciso e appassionato, che
all’interlocutore fa subito capire di quale carattere e
determinazione fosse la persona con la quale stava parlando –
che il suo «compito era
di portare
volantini
e stampa clandestina
da Milano a Cernusco;
una
sola
volta
sono
andata
a Vaprio.
In un primo tempo portavo
gli
stampati anche
a Vimercate.»
Poi spiegava – la testimonianza è stata anche raccolta nel libro
“Col cuore in gola” di Giorgio Perego - che «noi della 26a
Brigata
del
Popolo eravamo
in collegamento
con l'architetto Zanchetta,
che aveva
lo studio in Via
Broletto
a
Milano.
L'architetto
Zanchetta,
progettista della nostra
chiesa prepositurale,
era
responsabile del
movimento DC milanese e il suo studio era un centro di ritrovo
dell'antifascismo
cattolico. In quello studio lavorava
anche il concittadino
Francesco Brambilla Pisoni;
un
giorno
dell'ottobre
o del
novembre
1944, in seguito
alla denuncia di una
spia,
i fascisti fecero irruzione nello
studio arrestando
e portando
a San Vittore i presenti,
tra i quali
Francesco
Brambilla
Pisoni. Mio fratello Mario andava
a trovarlo
in carcere e io,
tutta preoccupata,
gli dicevo che era pericoloso,
che avrebbero potuto arrestare
anche lui,
ma Mario,
che era fisicamente
minuto e molto delicato,
mi rispondeva:
"Chi
guarda
me?
Chi sospetta
di me?"
»
Giuseppina Pirola è stata ricordata anche dal presidente della
locale sezione Anpi, Danilo Radaelli “nella convinzione che il
lavoro della trasmissione della memoria oggi più che mai rivesta
una funzione vitale per la comunità.”
Le donne cattoliche nella Resistenza –
Rendiamo omaggio alla nostra concittadina, proponendo la
testimonianza di una donna esemplare, protagonista della
Resistenza e della vita politica italiana: “Senza la presenza
delle donne – ha scritto l’onorevole Tina Anselmi (nata nel
1927, partigiana, esponente della DC, prima donna a diventare
ministro) - la Resistenza non sarebbe stata possibile. Qualunque
storico voglia onestamente descrivere quanto è avvenuto non può
più prescindere da questa realtà. Visti in prospettiva
acquistano valore anche fatti che, isolati, non avevano il
significato profondo che oggi possiamo loro attribuire. Alle
donne, all’interno delle brigate partigiane, venivano assegnati
ruoli tradizionali; esse venivano viste come staffette, come
coloro che portavano il sostegno materiale, la salvezza dei
prigionieri, eccetera. Ma anche dal punto di vista militare la
presenza delle donne ha avuto un peso che all’inizio gli stessi
comandi partigiani non vedevano con la forza, lo sviluppo,
l’incidenza che poi ha avuto. (…) La Resistenza per le donne
cattoliche rappresentava un motivo in più di riflessione, perché
poneva l’interrogativo, che sembra un po’ paradossale, sul
diritto di uccidere: fino a che punto era legittimo mettere a
rischio la vita delle persone? Se m’imbatto con l’altra parte
come devo reagire? Ho il diritto di uccidere per affermare
un’idea? La risposta non era scontata, era un problema vero. La
donna cattolica è stata chiamata al dovere di una presenza, che
era anche un diritto: bisognava esserci per accelerare la fine
della guerra. È stato un impegno per la libertà. Una presenza di
pace anche se ha fatto azioni di guerra.
Nell’insegnamento della Chiesa era molto forte la legittimazione
di una guerra che doveva riconquistare agli uomini la libertà.
La fede ha dato la forza di fare delle scelte anche dirompenti,
rischiose, trasgressive. Tutta la cultura che il fascismo ci
aveva dato negava la libertà. Lottare per la libertà ci ha dato
la spinta per impegnarci in politica. La partecipazione credo
sia il contenuto più ricco che il mondo cattolico abbia dato
alla Resistenza. Partecipazione che non finisce nell’episodio
militare, che va oltre e che diventa impegno politico per la
vita.”
C.G.
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