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<<Un paese senza
memoria, nessuno se ne ricorda più.>> Così esordisce il
gelso della piazza nel suo testamento olografico che
tengo in mano un po’ emozionato.
<<Tutti sanno che il murun, il mio vero nome, era lo
start d’una delle più importanti storie di questo paese
e di tanta altra gente lombarda. Ma per vivere verde e
rigoglioso come quelli dei filari ai margini dei fossi
d’una volta, anch’io avevo bisogno d’acqua limpida.
Sfortuna per me che le mie radici affondavano nel
sottosuolo della piazza centrale, imbevuto d’ acqua
putrida delle fontane.>>
In questo il buon murun aveva piena ragione. Dal
basamento della fontana filtrava acqua troppo sporca. La
perdeva la prima ch’era ellittica e la perdeva la
seconda a forma di losanga.
<<Scusate il paragone umano, ma l’acqua inquinata
aumentò il colesterolo formando molte placche nelle mie
arterie. Meglio sarebbe stato che i Cernuschesi mi
buttassero le monetine come quella di Trevi anzichè
tanti euri per rifarla. O forse erano ancora ghei, non i
gay di adesso. >>
Si legge ancora bene ma la grafia del gelso si fa più
incerta e tremolante.
<<La mia storia s’impasta con le tante sofferenze delle
Filerine, vostre nonne e mamme. La baüscia del porfido
bianco, pardon del filo del baco, il bozzolone e sul
cucuzzolo la farfallina della metamorfosi. Possibile
un’amnesia totale?>>
In effetti non si può dargli torto. Sotto i broch dei
murun suoi simili, intere generazioni di famei han
rifiatato le immani fatiche dei campi. Godevano davvero
pucciandosi nell’acqua fresca al riparo del murun.
<<Io invece, murun cittadino, ho accolto sotto le mie
frasche i bambini che leccavano il gelato del Muléta o
bevevano una tazza d’acqua fresca pompata dal trumbin
del cortile con dentro la magnesia che büsciava. Nessuno
sa più niente?>>
Mi accorgo che la storia si fa più interessante, mi
avvinghia sempre più.
<<Sono arrivati i Terun che passandoci vicino hanno
capito che qui la vita non era solo “o sole mio”.
Ricordo i Stroligh diffidenti e noi drizzavamo subito i
rami dalla paura che ci facevano. Invece i Room se ne
stavano distaccati forse ci temevano. In certe
situazioni e all’improvviso dai grupp delle potature
uscivano potenti soffi d’aria fresca. Era il dono che
noi facevano ai paisan per tergere il loro sudore e
questo i Room proprio non lo sopportavano. Pensavano di
essere solo loro i “figli del vento”.>>
Lettere e parole si attorcigliano sempre di più. Fatico
a leggere ma riesco a coglierne il senso.
<<Da ultimi i Negher. All’ inizio ero io diffidente con
loro. Poi, con delicatezza, hanno incominciato ad
appendere sui rametti dei casc, le loro collanine
colorate. Mi rispettavano come se fossi un totem fors’
anche perché, seppur più piccolo, assomigliavo al loro
baobab. Fra piante mitiche ci si rispetta. Se qualc’uno
di loro lasciava sopra le mie radici un pacco di “terre
di mezzo”, e io non resistevo alla voglia di soffiare e
giravo le pagine del loro giornale. Vedevano in questo
un miracolo come quelli dello sciamano della foresta.>>
Aumentò la mia ansia. Girai velocemente il manoscritto
nell’altro verso.
<<Ma la cosa che mi fece davvero felice fu quando si
accorsero che ero carico di “belle more”. Non certo
quelle dei loro paesi. Impararono anche il loro vero
nome: mucui forse derivato dal latino “mi-cogli”, così
come impararono subito a sgarrarle dolci e succose
com’erano. Io ero contento e ne facevo tante. I Negher
mi volevano bene.>>
Chissà perché abbi la sensazione che man mano scorrevo
le righe, la fine della sua epopea di pianta fosse
imminente.
<<Per beccarli sul fatto e impedir loro di fregarle
prima dei Cernuschesi, qualcuno ebbe la bella idea di
piazzare le telecamere di sicurezza: l’accusa poteva
essere di furto con destrezza. Da allora per timore
d’essere beccati ed espulsi dal territorio europeo, i
Negher non mangiarono più i mucui. Ebbi un colpo
terribile, mi sentii inutile, vecchio, abbandonato e
solo. Non filtravo più la clorofilla come prima e i
mucui marcivano su di me perché nessuno più le
sgarrava.>>
Si racconta che mentre collaudavano le telecamere
qualche passante della piazza, sentiva sommessi mugugni
e brontolii misteriosi. I più anziani dai capelli
bianchi, sostenevano che era come sentire le vacche con
le mammelle gonfie a cui bisogna tirare il latte. Eppure
le stalle erano sparite da più di cento anni dalla
piazza!
<<In aggiunta a un po’ di “marciume interno”, crebbe in
me l’eccesso zuccherino per via dei mucui che non
riuscivo a smaltire. Mi venne un attacco di “carie
irreversibile”.>>
I due virus del murun: acqua putrida del sottosuolo e
telecamere spione per curare i mucui !
<<Invece di eliminare le cause, hanno pensato di segarmi
anche se ero ancora vivo.>>
Queste parole erano scritte in modo fermo e deciso:
Potevano essere le ultime. Si dice che negli istanti
terminali di tutti gli essere viventi, si srotola in
pochi secondi lucidamente tutta una vita.
<<Sento la lame che affonda nella mia “carne”. Intravedo
qualche passante che si accorge che dalle mie foglie
cola umidità: le mie lacrime. Piango proprio come i
sales piangenti che affiancavo lungo la gabada. Piango
quasi come qualche anno fa quando fui trapiantato di
forza dalle terre d’ El Cid, quello che i “mori” li
segava davvero. Una ferita difficile da cicatrizzare al
pari di tanti poveri cristi sradicati dalle terre
d’origine. Mi dispiace per come sto morendo, ma vi
raccomando di non sostituirmi con altro gelso di paesi
lontani: si soffre troppo. Mi dispiace soprattutto
perché mi stanno fregando...e…e…>>
Il testamento finì. La scüstra moderna aveva terminato
il suo ultimo terribile giro. Mi piace pensare che lui
sperasse in una fine più gloriosa: nel caminetto,
anziché in discarica. Ma credo fossero altri i suoi
dispiaceri che non finì di scrivere. Gira la voce che
mentre cadeva il suo glorioso “castello” di rami, dai
nodi del tronco uscirono refoli fortissimi accompagnati
da <<Ah-ah-ah. Ah-ah-ah.>> Li sentì anche il Babone
dietro il bancone dello sciroppo. Qualcun altro udì una
eco.
<<Mi hai segato ma ti hanno beccato… beccato… beccato.>>
Immagino si riferisse al padrone della melunera e dell’
albero dagli zoccoli. Forse, ma è solo mia ipotesi, non
si era auto-autorizzato col nulla-osta dell’ufficio
Comunale, anche se aveva in tasca la diagnosi del
perito. Va bene tutto, ma proprio non gli andava giù al
mio gelso di non essere trattato come tutte le altre
piante di Cernusco che per tagliarle, prima ci vuole il
permesso. Non come quel povero enorme cedro del cimitero
piantato nel ‘35, il cui scepp, visibile ancora a fianco
del fiorista dal diametro più d’un metro, testimonia che
non aveva “marciume” incurabile dentro e nemmeno
“carie”. O forse, visti i precedenti, pensava che le
telecamere dei Ghisa avessero registrato lo scempio del
boia: post-mortem avrebbero potuto multarlo come si fa
ai semafori di chi forse passa col rosso. Illuso fino
all’ultimo, il murun: non sapeva che le telecamere erano
andate in tilt misteriosamente come nei disordini della
Chinatown di via Sarpi. Povero murun, fregato e ciulato.
Di lui è rimasto il scepp, un po’ di patusc e, sulla
risada, l’umido delle lacrime.
Ma, buon per tutti noi, al suo posto s’è allargato ancor
più lo spazio per le provvisorie fandonie elettorali.
Sergio Pozzi
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